25 aprile 2026 – 81º Anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo: vogliamo ancora credere nel bene, nella giustizia e nell’umanità!

Intervento della presidente ANPI di Rivarolo-Favria-Oglianico Gabriella Meaglia, Corso Torino, Monumento ai Caduti di Rivarolo Canavese

Il 25 aprile di 81 anni fa fu il preludio di un evento che cambiò l’Italia: il referendum del 2 giugno 1946, di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario. Fu la prima libera consultazione elettorale, dopo vent’anni di dittatura fascista; sancì la vittoria della Repubblica, la nascita dell’Assemblea Costituente e consegnò alle donne la dignità di cittadine, con il diritto al voto, all’espressione della loro identità, al lungo, e ancora incompiuto, cammino verso la parità, e al riconoscimento del loro contributo alla lotta di Liberazione, coraggioso, tenace, umile ma fondamentale, nel quale si impegnarono combattendo a fianco degli uomini, ma anche supportando, come staffette, confortando, assistendo, curando, accompagnando, come fu loro insegnato da quando nacquero, ad essere madri, sorelle, spose, compagne.

Fra le tante, vorrei ricordarne due: la prima è Tina Anselmi, a cui è intitolata la nostra sezione, staffetta partigiana a 16 anni, primo ministro donna della nostra Repubblica, impegnata in battaglie sociali che spesso andavano contro i suoi principi profondamente cattolici, ma che sostenne con determinazione per il bene della comunità.

La seconda è Ada Prospero Gobetti, che fu moglie, madre di Paolo, anche lui partigiano, partigiana lei stessa, deputata, giornalista, attivista per i diritti sociali, per l’emancipazione femminile e per la laicità della scuola.Perché proprio lei? Perché quest’anno ricorre il centenario della morte di suo marito, Piero Gobetti, antifascista piemontese, giornalista e filosofo, che morì, appena ventiseienne, per le conseguenze dei ripetuti pestaggi fascisti. Piero Gobetti, liberale, fu un martire come Giacomo Matteotti, socialista, come Gino Pistoni, membro dell’ Azione Cattolica, come Antonio Gramsci, comunista, come don Giovanni Minzoni, ucciso a bastonate da due fascisti il 23 agosto 1923. Come i numerosi militari che non aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, unendosi alla Resistenza, o opponendo la loro resistenza nei campi di concentramento, in cui erano stati internati.

E con loro, tanti, troppi altri. Voci e sangue versato che provenivano da sorgenti molto diverse e lontane fra di loro, ma che confluirono in quello stesso grande fiume che fu l’antifascismo.

Questo è l’ANPI di oggi, nella diversità delle sue voci, nel suo spirito, nel suo statuto, nella difesa della Costituzione e nell’impegno dei suoi iscritti: schierarsi senza incertezze dalla parte di chi subisce, di chi è vittima, di chi paga il prezzo della follia e della smania di potere.

L’ANPI è contro chi calpesta, non solo i diritti umani, ma il diritto fondamentale alla vita, a quella dei bambini, di tutti i bambini, di ogni Paese, di ogni etnia, di ogni tempo. L’ANPI testimoniava e difendeva la memoria della Shoah, anche contro l’aberrazione dei negazionisti, ben prima del 20 luglio 2000, quando fu istituita in Italia la Giornata della Memoria, proclamata dall’ONU nel 2005, perché venisse celebrata ogni 27 gennaio.

L’ ANPI condanna ogni forma di terrorismo, che non riconosce e non rispetta i confini geografici e politici, e condanna ogni forma di violenza e di sopraffazione. L’ANPI è contro la violenza di Hamas. È contro la politica espansionistica di Nethaniau, che toglie la terra, la vita e il futuro al popolo palestinese. È contro i regimi islamici integralisti, come l’Iran, che perseguita, tortura e impicca i giovani che si ribellano e schiavizza le donne, rendendole oggetti che non devono neppure manifestare la loro presenza, come succede anche in Afghanistan; e di tutto questo orrore ci ha parlato, nei suoi incontri in Canavese, Martina Marchiò, infermiera rivarolese di Medici Senza Frontiere, umile e coraggiosa.

L’ANPI è contro il sovranismo assoluto che il Presidente Mattarella ha definito “un ritorno alla legge del più forte, insofferente alle regole del diritto internazionale”. L’ANPI è contro Putin che devasta l’Ucraina e il suo popolo. È contro Trump che vuole conquistare il mondo, che bombarda una scuola di bambine senza lasciare superstiti, e che si vanta di questi delitti, vergognosamente spacciati per garanzia di democrazia e di pace. Paghiamo anche noi la sua follia, in termini economici e limitando il nostro benessere. Allora ci chiediamo se nessuno possa fermarlo.

Eppure nessuno riuscì a fermare Hitler e Mussolini, impedendo loro di scatenare la 2^ guerra mondiale. Furono fatte concessioni territoriali, a scapito di Stati sovrani, sperando che fossero sufficienti, ma l’ avidità dei potenti non si sazia con le briciole e, allora, scatena il mostro della guerra che, come diceva mio padre, il partigiano Dante Meaglia, “non muore mai; dorme fino a quando un pazzo criminale non lo sveglia. E cosa possiamo fare noi, per fermare questi pazzi criminali?

Non dobbiamo perdere la lucidità, non dobbiamo concedere sconti né cercare giustificazioni per nessuno di loro. Non dobbiamo tollerare. Non dobbiamo abituarci. Dobbiamo condannare!

Chi pratica la violenza per raggiungere i propri scopi è sempre dalla parte sbagliata della storia. La guerra, che è la vera ragione di tante sofferenze, non è mai una buona ragione.

Ci sono due immagini che vorrei condividere con voi. La prima, creata dal racconto dei testimoni dell’epoca, è quella di mio padre che, il giorno della Liberazione, si affacciò al balcone del municipio di Rivarolo sorretto dalle sue stampelle e da un soldato americano, di cui non si saprà mai chi fosse, come si chiamasse, quanti anni avesse e da quale parte degli Stati Uniti arrivasse. Anche le sorgenti di quegli uomini, di quei ragazzi erano tanto lontane da quelle dei nostri partigiani, mio padre fu ferito proprio il giorno dello sbarco in Normandia, ma confluirono nell’Europa martoriata, per unire le loro forze alla nostre e sconfiggere il demone del nazifascismo, lontani dalle loro terre e dai loro affetti; e tutte quelle croci bianche dei cimiteri di guerra, dove sventolano bandiere degli Stati Uniti, del Commonwealth, ma anche polacche e sovietiche, ne sono la tragica testimonianza.

La seconda immagine è quella di un quadro della pittrice palestinese “Rawan Anani”, che rappresenta la città di Betlemme, ed è accompagnato da queste parole: ”In mezzo a tutti questi colori, c’è una colomba. Quasi si perde.” Forse è così che funziona la pace: non grida, non occupa il centro, si insinua tra le case, tra le persone, tra le scelte quotidiane di chi decide di non arrendersi.

Siete voi, ogni giorno, quelle scelte quotidiane.

Ecco, questo è un messaggio di responsabilità individuale.

Siamo noi! Noi che non vogliamo arrenderci.

Noi, che vogliamo dare un futuro ai nostri figli e a chi verrá dopo di loro.

Noi, che manifestiamo nelle strade per difendere e per testimoniare i nostri valori e condanniamo duramente chi li infanga, compiendo atti di odiosa violenza.

Noi che, malgrado tutto, vogliamo ancora credere nel bene, nella giustizia e nell’umanità.

È un’utopia? È un sogno? Può darsi, ma i nostri padri e le nostre madri credettero in questo sogno, per questo sogno lottarono, soffrirono, morirono, ma vinsero! Perché, se l’odio, il razzismo, l’intolleranza distruggono e seminano morte. Il rispetto, l’uguaglianza, la solidarietà costruiscono e generano la vita e la libertà.

Buon 25 aprile!

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Ecco i link ai post che mostrano l’opera “Bethlehem 2026” di Rawan Anani. Un ringraziamento all’artista per aver dato forma, con i suoi acquerelli, a una speranza così luminosa.

Link diretto al video (Reel) dell’opera su Instagram:

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Link diretto alla foto dell’opera su Instagram:

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Rawan Anani

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